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Riflessioni vagabonde mirate al cuore di ciò che si è e si può fare…
Tratte da uno scambio reale via chat che condivido con piacere con te.


SILVIA

Domanda del giorno: Perché l’Italia non ha le palle per esportare la sua arte?
Simona Molinari è più che impeccabile sempre, una cantante straordinaria una estensione, una padronanza di registri come se ne contano in una mano nel mondo, ma è passata dalla brava ragazza della porta accanto alla brava mammina. Usignoleggia.
Mina è stato un talento che il mondo ci ha invidiato, e richiesto,  ma lei niente. Meglio fare la pantera di provincia che arrischiarsi in giro.
Giorgia ha duettato splendidamente con i più grandi del mondo, ha una voce unica al mondo, ma mastica ansia ancora meglio delle note. Ci restano Pausini e Jovanotti i megalomani… sigh.
La vocazione della Bellezza italiana sembra essere il provincialismo.

Guarda Caro Emerald! Lei nasce nei Paesi Bassi con una cultura musicale, linguistica, estetica internazionale. Aveva passione, talento e volontà. Ed è andata. Per il mondo. Senza vendersi al mercato ma inserendovisi portando esattamente quello che voleva, se stessa, antica ma moderna. Electro-Swing.
“Electro-Swing” era l’idea geniale e necessaria, il sogno che proprio in quegli stessi anni (ad essere precisi poco dopo) Simona Molinari dichiarava di avere, e che mai realizzò. Poco dopo il 2012 ci fu l’implosione apocalittica, il ritorno nei ranghi del conformismo. Non credevate che facessi sul serio!? 😉

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NICOLA:
In Italia essere sé stessi non paga. Devi vendere quello che chiede il mercato, non puoi cambiare il mercato, “chi ti credi di essere?“. D’altronde poi il popolo ascolta la solita musica pop ed è contento così.


SILVIA:
Sì, deve essere questa una forma pensiero dominante. Non c’è dubbio che se ne vedono i risultati. Chi vale non vuole valere così tanto.
“Chi ti credi di essere” è una frase chiave. È proprio chi si rende conto di valere che incontra il tabù sulla sua strada. Riconosco questa dinamica in tante persone. Quando si accorgono che davvero sono brave tornano indietro. Quelli che invece non sono così bravi possono continuare a spingere per pura ambizione. Si espandono per forza di inerzia.
Vale in tutto il mondo. Ma in Italia è proprio notevole. Sarà una malattia karmica!? Attecchisce proprio nel posto dove di Bellezza ce n’è tanta. La si vede e percepisce per ogni dove qui in Italia.
Un italiano sa che cos’è la bellezza anche senza saperlo e ci sa giocare meglio di chiunque altro.
È una sfida personale. Che normalmente perdiamo. Perché!??


NICOLA:
La bellezza in Italia è diventata un prodotto, peggio ancora uno standard. L’arte è canonizzata. Io sono contrario a qualsiasi canone di bellezza.

Da un lato tarpa le ali alle nuove espressioni, dall’altro toglie legittimità alle persone che sanno apprezzare ciò che non è canonicamente bello, facendole sentire inadeguate.
In Paesi meno ricchi culturalmente, meno complessi dal punto di vista estetico, si vive con più serenità l’arte.
La si prende per quello che è.

Che cos’è? Se mi lascia ad occhi aperti, se mi strappa un sorriso dalla faccia, se mette in moto le mie ghiandole lacrimali… è bello. Dà senso. Anche comunicare un senso gioioso può essere comunicare Bellezza. È arte.

Il rock punk o progressive… sono belli? Sì. A volte. Una cosa è bella quando riesce grazie alla sua forma a esprimere il suo senso, qualunque sia.

L’Olanda dal punto di vista musicale non ha molto da dire se paragonata all’Inghilterra, all’Italia. E allora cosa ha da perdere l’industria musicale mandando avanti un progetto sperimentale? Nulla, solo il rischio positivo che spacchi. Per l’industria italiana il rischio è che quella cosa non venda, sia uno spreco di denaro, perché con tutti i mangiapane della musica italiana, sicuramente produrre e diffondere qui costa molto di più.
Forse, peggio ancora, il rischio è che una cosa “nuova” piaccia, stravolgendo il mercato, cogliendo impreparati i grossi produttori.

Credo che anche per questo in Italia il movimento indie ha trovato largo spazio, gente che vuole fare la propria musica e si è rotta di fare a pugni con una realtà non compatibile con la propria arte. Generalmente a me non piace quel che ne viene fuori, spesso sono finti filosofi che dicono quattro fesserie con il giusto tocco di malinconia, però credo che il loro successo mini l’autorità delle etichette discografiche. Quindi, ben vengano! Per fortuna esistono i canali alternativi oggi: YouTube ad esempio, o Soundcloud o anche i social.

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Chi ha bisogno di farsi sentire può mettersi in mostra, con orgoglio.

La “malattia” è “karmica”, come dici tu, per l’Italia. Statebboni!!  A testa bassa. Non hai diritto di essere felice.  Proprio in un Paese di tale e tanto potenziale artistico, come dicevi, potresti essere grande.
Ma non devi. Scordatelo! Non avrai mai il coraggio di essere insieme Bello e Grande. 


SILVIA:
Grazie Nicola. E poi ho scoperto un’altra sua virtù, della nostra cara Caro Emerald!
Le piace fare la diva ma si diverte con sincerità. Sì, come dicevamo, è se stessa.
Che cosa significa? Semplice. Fa quello che le piace, il più possibile come le piace. Non è preoccupata e occupata full time nel fare vedere quanto è brava. Molte cantanti jazz sono inascoltabili per questo.
È tristissimo notare tutta questa bravura inutile, senz’anima, anzi con un’anima piegata in due dalla debolezza di farsi dire “brava”. Volano veramente basso.
Per non dire quelle che cantano swing alla Jessica Rabbit, per sedurre.
Per non dire le cantanti pop italiane di oggi che non aprono troppo la bocca perché verrebbero male in foto e poi hanno tutte il medesimo suono stereotipato. Come siamo caduti in basso.
A Caro Emerald piace l’estetica della Diva. A volte ci gioca. Se lo può permettere perché a livello musicale è assolutamente divina, una squisita Venere della Musica! Ma, sempre, canta e/o balla felice come una bimba.
Caro Emerald è: così e vaffanculo.

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Silvia Pedri esplora la vita liberamente e ne comunica la potenza in modi artistici. Frequenta temi spirituali con esperienza e padronanza. Gestisce un blog di crescita personale, offre consulti, scrive, dipinge, fotografa, autoproduce ebook di romanzi, saggi e poesie, crea mp3 di musica e di meditazioni e crea video in cui recita e canta. Se vuoi sapere di più sulle sue competenze, clicca sull'icona di LinkedIn.

1 Comment

  1. Maurizio Sabattini Reply

    Perché l’Italia non ha le palle per esportare la sua arte? Perché l’Italia è poco considerata dai paesi più ricchi e potenti; non riusciamo neppure ad avere un seggio all’ONU se non provvisorio e di pochi mesi. Perché l’Italia non è una potenza militare nucleare e non è rispettata dagli alleati (ti ricordi del disastro di Ustica?). Perché l’immagine dell’Italia all’estero è ancora in larga misura stereotipata negativamente: pizza, maccheroni, mandolino e mafia. Anche in ambito calcistico internazionale siamo poco tutelati, perché non abbiamo commissari ai vertici delle diverse organizzazioni, eppure siamo tra le pochissime nazioni che hanno portato a casa la coppa del mondo per ben 4 volte.
    L’italiano artista che si trova a lavorare in questo contesto, trova, probabilmente, più difficoltà ad imporsi; è difficile che possa riuscire a fare tendenza, la nostra stessa lingua, così poco diffusa nel mondo, non aiuta, bisogna abbandonarla.

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