Porno-cibo? Sì, grazie.

Porno-cibo? Sì, grazie.

Porno-cibo? Sì, grazie. 720 448 Silvia Pedri

Le ho viste coi miei occhi. Le città, da Aosta a Milano a Capri, cambiare i connotati. Nel giro degli anni, anche solo di una manciata di anni, le città italiane si sono progressivamente svuotate di servizi e riempite di cibo.
Cibo di ogni tipo, esigenza, provenienza, aspetto, gusto. Un’offerta senza precedenti. In alcune zone particolarmente vivaci una vetrina dietro l’altra, e ogni ben di Dio all’interno, per decine di metri. Interi centri storici con locali ogni tre passi.
Lo chiamo porno-cibo non perché non sia di qualità (se ne può discutere ma non è argomento di questo articolo) ma perché è una ossessione martellante di desiderio senza tregua. E poi, sì, certo, è senza amore. Non c’è amore per il cibo: c’è un vorace attaccamento. Non c’è amore per se stessi: c’è un bruciarsi, spendersi e spandersi su qualsiasi tipo di supporto orizzontale pieno di qualcosa da mettere in bocca. Un piacere e più di un piacere, una droga. Cibo come sesso. Sesso come droga. Per riempirsi. Desiderio per riempire la fame di desiderio, il vuoto di desiderio, il vuoto.
Il vuoto è sempre qualcosa di vorace, insaziabile. Non può essere colmato può essere solo alimentato.

Si tratta di un’incitazione a un turismo mordi e fuggi, un turismo consumistico, conformistico, pulsionale, di evasione, di oblìo. Privo di identità, globalizzato visto che esiste tutto dappertutto. (A Milano non solo c’è il pesce buono come a Genova, c’è anche la carne buona come a Buenos Aires, per essere precisi la carne DI Buenos Aires.) Il cibo stimola e placa le emozioni, appesantisce o eccita, stordisce e distrae da tutto il resto, che, forse, è anche interessante. Ma poi non si ha più tempo, più voglia, più energie.

Sembra un disegno del male, ma a noi piace molto. Voglio dire, tutti questi locali nascono e non falliscono perché brulicano di gente a tutte le ore. Gente che dove trova i soldi e lo stomaco per mangiarseli non si sa.

 

Porno-cibo? Grazie, ne vogliamo. Tanto. Le città a misura d’uomo non ci servono. Non servono più. Si acquista tutto sul web. Ad occhi chiusi. Secondo logiche di pressione reazione e sbandamenti vari. Le cose serie le facciamo tra un condizionamento pubblicitario e l’altro.
Non ci servono più città con servizi per il cittadino, accoglienti, famigliari, funzionali, dove vivere in comunità. Ci servono città-evasione. Ci servono città-parco giochi. Belle da sballo. Del resto, lo si vede ovunque, siamo sempre più infantili. Ieri sono uscita dal cinema e mi sono chiesta ma come abbiamo fatto per arrivare a questo? Da dove siamo partiti? Perché siamo così stupidi? Abbiamo anche grandi registi in Italia, gente sensibile con squisito senso estetico e narrativo. I protagonisti delle nostre storie sono infantili, candidi, simpatici, a volte anche pieni di amore a modo loro, ma narcisisti e infantili, senza ironia, con santità, senza accorgersene, con beata stupidità.

Il paradosso però è che il cibo come balocco, antidepressivo, ansiolitico, calmante, eccitante, modulatore dell’umore, stimolatore del desiderio, sonnifero… è ovunque. Lo è anche nel mondo virtuale, che ormai è diventato il mondo più reale e quello in cui tutti siamo per la maggior parte del tempo immersi. Anche dal web puoi acquistare qualsiasi tipo di cibo e riceverlo immediatamente. Anche nel web la scelta è infinita. E, se preferisci, puoi anche limitarti a pratiche onanistiche e voyeuristiche. Puoi vedere cibo ovunque, perfino in feroci gare di chef. Siamo una società quantitativa, la società della performance. Frustrata. Frenetica. Come nel sesso, in fondo non è importante consumare, l’importante è la quantità di stimoli, l’importante è mantenere vivo il bisogno. Come nel porno, non è importante sentire e condividere, l’importante è mantenere vivo il bisogno, la dipendenza.

Se fossimo in grado di sentire potremmo scegliere. Potremmo godere del piacere di nutrirci secondo i NOSTRI desideri e bisogni. Potremmo avere il piacere di conoscerci. Potremmo avere il piacere di amarci e rispettarci. Invece alimentiamo una società di veleni, sprechi, speculazioni e stordimenti. Una società che ci toglie energia e libertà.

Avere la libertà è semplice. Bisogna accorgersi della schiavitù. Togliersi le fette di salame dagli occhi.

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Silvia Pedri

Silvia Pedri

Silvia Pedri è una libera esploratrice e comunicatrice. Frequenta temi spirituali con esperienza e padronanza. Gestisce un blog di crescita personale. Dipinge, fotografa, autoproduce ebook di romanzi e poesie, mp3 di musica e di meditazioni da lei create, e video in cui recita se stessa ed eventualmente canta.

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