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Estratto dal mio romanzo “Il Risveglio della Nuova Umanità” (Capitolo 12 – Amore e Verità)

“Come si fa, signora maestra?…” Trino alzò la mano e prese al volo la parola.

“…voglio dire… ogni cosa al suo interno ha le sue polarità. E così fuori. E le polarità devono essere in armonia. E non lo sono. Così dentro così fuori. Altro che baci. Allora aspettiamo di essere in armonia dentro. Così anche fuori… C’è speranza… È così, signora maestra?”

“Sì, caro Trino. È tutto corretto quello che hai detto. E, ti assicuro, c’è speranza. Ma non si tratta di aspettare. La vita non può permettersi di ristagnare nell’attesa. Esige di essere vissuta. L’Universo, come diceva Viola, è un corpo vivo e pretende di evolversi. Vedi, Trino… La polarità esiste anche tra il dentro e fuori. Anche tra due esseri privi di equilibrio e di completezza c’è amore, c’è dinamismo, c’è evoluzione.”  

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“Ma…”

“Ma non sono felici, forse? Forse, sì, non sono felici. Ebbene saranno stati attratti dalle loro carenze, saranno stati attratti come due calamite di polarità opposte dalle loro ferite, simili e complementari, e non faranno altro che mostrare l’uno all’altro le ferite stesse, infierendo su di esse o curandole. Non potrà essere una coppia sana dal momento che nessuno dei suoi componenti lo è. E la riprova è che nessuno dei due è felice, da solo o in compagnia. Eppure anche in questa ricerca esasperata e disperata di pace c’è amore, c’è energia, c’è sviluppo. Anche e soprattutto qui è in atto il potere alchemico che trasmuta l’Universo, che porta armonia pur tutelando la diversità. Immagina, ad esempio, Trino, quanta consapevolezza può scaturire da storie disfunzionali. Le storie disfunzionali sono lo specchio perfetto delle disfunzioni di ognuno. Chi ha buona volontà e coraggio può capire esattamene quali sono le ferite più urgenti da rimarginare e può, con amore, ristabilire dentro di sé l’equilibrio perduto. Spesso quando hanno raggiunto questo scopo, tali storie finiscono. E il motivo è che hanno esaurito la loro ragione di esistenza. Hanno mostrato quello che sono e perché. Chi voleva capire ha capito.”

Trino, ipnotizzato dalle parole della maestra, riprese ad agitarsi sulla sedia. Riuscì a dire solo:

“E allora possono essere felici?…”

Scatto di Alberto Simalan

“Sì.”

Iris Giaggioli aveva la faccia di una che lo era felice. I capelli scuri, quasi neri, di un viola intenso, fluivano composti, in morbide onde, gli occhi verdi, distesi come praterie al sole, brillavano di luce propria, il sorriso era dolce e radioso, come sempre.

Tutto sommato era la maestra più rosa che Simone avesse mai visto.

“Sì. Quando si smette di incontrare mostri è perché si è fatta esperienza a sufficienza di tutti i nostri mostri interiori. Allora si è liberi. A volte è un percorso lungo molte esistenze. Altre volte si può condensare. Allora, a partire da quel momento, si può essere se stessi e non più i propri mostri. A quel punto si incontrano persone che, come noi, sono se stesse. Lo sai, lo sapete, ci si incontra tra simili. Ciò che è dentro è fuori. Vivi fuori di te ciò che sei dentro… Quindi, facilmente, sarai felice dentro e felice fuori. Ci sarà attenzione e amore, dentro e fuori. E ci sarà rispetto. Le persone inizieranno a vedersi. Si scopriranno reciprocamente. Scopriranno mondi interi. Non vedranno più, soltanto, l’una dell’altra, le proiezioni prodotte dalle proprie ossessioni, dalle proprie ferite.”

Iris Giaggioli terminò di parlare ma le sue parole erano ancora sospese tra lei e i suoi bambini. Riempivano e coloravano tutta la stanza. Aveva trasportato tutti in un mondo nuovo, in una umanità semplice e serena dove Amore e Verità erano di casa. Lo poteva vedere dalle loro aure sui toni pastello del rosa, che si aprivano sulla sommità della testa in fiamme dorate.

Alcuni, nelle file in fondo, non avevano capito niente ma lacrimavano commossi. 

Trino mise in bocca intero un bombolone dalla voglia che aveva.

Simone teneva Pantherizia tra le braccia. Entrambi avevano gli occhi chiusi. Sognavano questa regione remota dell’Assoluto chiamata ‘normalità’, così vicina da poterne sentire il sapore e potere allungare una mano e…

Pantherizia toccò col nasino il collo di Simone. Simone si risvegliò. Era un nasino freddo, come quello di tutti i gatti del resto.

“Simone…”

“Sì, Pantherizia.” A volte gli sembrava che il suo nome condensasse tutti gli epiteti affettuosi dell’Universo. Personalmente, non riusciva a trovare di meglio.

“Vuoi che ti passi gli appunti delle lezioni che ti mancano?”

“Certo Pantherizia.” Le rispose tra i capelli. “Quando puoi. Avevi detto durante la ricreazione…”

“Siamo adesso in ricreazione.” Gli disse appena udibile nel collo, vicino all’orecchio. “Mentre dormivi è suonata la campanella.”

Panterizia gli ballonzolò in braccio. Stava ridendo. Che bambina tremenda.

Riavvicinò il nasino alla pelle del collo e lo strofinò più volte.

Simone era una regione dell’Assoluto. Non era neanche tanto remoto. Si girò ulteriormente verso Simone e lo abbracciò.

“Sì, andiamo in cortile.” Fece infine. “Staremo più comodi.”

L’attenzione li trasportò alla velocità della luce nel cortile della scuola.

Simone non riusciva a credere ai suoi occhi. Gli alberelli di pepe non esistevano più. I molti angoli del cortile erano occupati da larghi pini marittimi ad ombrello. Sotto non cresceva niente, si sa sotto i pini il terreno è troppo acido, ed era perfetto così. L’aria era trasparente e profumata. Il verde pino era perfettamente in tono con il bianco sporco della scuola.

Pantherizia, immobile, col cuore in gola, accarezzò col pollice la mano di Simone che teneva nella sua. Non riusciva a crederci. Neanche lei.

“Capito Simo… Finito il tempo di soffrire…” Articolò a stento.

Le conifere sono alberi dallo spirito saturnino, antico, severo, sobrio, concreto, austero. Così in sintonia con lo spirito di una Accademia di guerrieri! Ma soprattutto per Pantherizia erano indicibilmente belli. E romantici, sì, rudi e romantici. Le ricordavano l’odore di Simone.

Pantherizia, agganciata a Simone, si mise a correre. Simone temette per un momento che si sarebbero schiantati. Ma Pantherizia all’improvviso aprì le braccia. Si spalmò contro il tronco dell’albero guancia a corteccia. Appena ripreso fiato, Simone, la sentì mormorare: “Grazie grazie grazie. Ti proteggerò dal fuoco e dall’aria e dall’acqua. Il tuo tronco che non si piega mai si spezzerà. Nessuno lo stroncherà. Perché io ti amo.”

Simone si unì nell’abbraccio. Le braccia dei bue bambini si sovrapposero e il piacere crebbe. Respirarono insieme all’albero per parecchia eternità. Alla fine, accaldati ed esausti, trovarono rifugio tra le sue radici. 

Al grido piratesco felino di “Voglio la mia posizione preferita!” Simone, schiena all’albero, allargò il sorriso e le fece spazio tra le gambe. In questo modo, lei, sedere a terra, poteva adagiarsi tra le sue braccia, la guancia sul suo petto, più o meno all’altezza della clavicola.

Pantherizia chiuse gli occhi e confessò: “A volte ho un tale desiderio di coccole…”

Simone le accarezzò il viso e a lei sembrò di stare tutta nella sua mano. Che ci fosse una pace infinita. Quando Simone le passò la mano sopra l’orecchio lei emise un cupo, lungo sospiro tremolante.  

Simone si scoprì a dire: “Non devi sentire per forza tutto. Tutti i rumori del mondo… quelli che ti amano, quelli che non ti amano, quelli che soffrono, quelli che chiedono aiuto, quelli che chiedono informazioni, quelli che chiedono il tuo parere, la tua attenzione, il tuo affetto, quelli che gridano il loro tentativo di farcela in qualche modo, quelli che ti ringraziano, quelli che aspettano, quelli che pretendono, quelli che ti desiderano… quelli che hanno bisogno di te… tutti hanno bisogno di te…”

“Non posso non sentirli.” Lo interruppe. “Sono una bambina cristallo. Sono permeabile. Sento l’armonia delle sfere, sento le direzioni dei venti cosmici, sento i rigurgiti di dolore, diversi uno dall’altro, di ogni singolo essere terrestre, se vi presto attenzione.”

“E tu non prestarvi attenzione.”

“Non posso. Sono… qui per loro.”

“Noo. Non funziona così.” La voce morbida, come gli occhi.

Simone scostava la mano il tempo di parlare, altrimenti Pantherizia non sentiva niente del tutto. Con l’altro orecchio appoggiato al suo petto sentiva solo i battiti del suo cuore.

“Sei qui per te.” Riprese. “E quando stai bene tu puoi aiutare loro. Ogni volta stai meglio. Ogni volta emani più luce. E, sempre con meno sforzo, puoi aiutare sempre più persone.”

I bambini indaco sono svegli, sanno come sognare. Si sanno fare valere e sanno trovare e occupare il loro posto. Sanno come fare.

“Pantherizia… Puoi rilassarti. Sei a casa ora. Puoi stare tutto il tempo che vuoi.”

Pantherizia gemeva. Sembrava che quelle parole le arrecassero sofferenza e invece gliela portavano via, come spine, una via l’altra.

La mano di Simone sentì la guancia bagnata e le ciglia umide e continuò ad accarezzarla, piano piano, poi si fermò, sulla sua testa e il suo orecchio, a tenerla con sé.

Simone non disse altro. Chiuse gli occhi.

“Grazie grazie grazie. Ti proteggerò dal fuoco e dall’aria e dall’acqua. Il tuo tronco che non si piega mai si spezzerà. Nessuno lo stroncherà. Perché io ti amo.” Ripeté mentalmente.

Fu così che capì che cos’è l’amore.

L’amore è una cosa che si sente. Se ti senti bene significa che c’è amore.

Amore è ciò che ricevi mentre stai dando. È il flusso continuo e circolare tra esseri senza freni e senza blocchi, che si trovano al posto giusto al momento giusto.

Simone non si era mai sentito più amato di così.

Pantherizia lo vedeva, lo ringraziava, lo sorreggeva.

Amore è anche tutta la sicurezza che senti mentre stai proteggendo.

L’amore pervase tutto il corpo di Simone. Gli sembrò per la prima volta in vita sua di sentire il suo corpo, di avere una consistenza, e gli piaceva quella consistenza nuova. Non avrebbe mai immaginato fosse così bella, intensa e dolce. Come la linfa di un albero, lo pervadeva tutto. 

Ubriaco e incapace di reggere oltre, perse a poco a poco conoscenza e riemerse dal sogno.

Pantherizia… Boccheggiò, passando i polpastrelli delle dita su una squama di Drago.

La pienezza si contrasse in vuoto e Simone si contorse, ancora ad occhi chiusi, risucchiato nel buco nero della sua solitudine.

Pantherizia… Dove sei?…

Questo articolo è tratto dal Capitolo 12 del mio romanzo “Il Risveglio della Nuova Umanità”.


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Silvia Pedri esplora la vita liberamente e la comunica in modi artistici. Frequenta temi spirituali con esperienza e padronanza. Gestisce un blog di crescita personale e una Pagina Facebook con 16.000 fan (2021). Offre consulti, scrive, dipinge, fotografa, autoproduce ebook di romanzi, saggi e poesie, crea mp3 di musica e di meditazioni e video in cui recita se stessa ed eventualmente canta. Se vuoi sapere di più su esperienze e competenze, clicca sull'icona di LinkedIn.

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